Quanti sono, e con che tipo di capi, gli allevamenti intensivi in regione; anziché continuare a operare inseguendo le emergenze (spandimento effluenti e contributo della zootecnia all’emissione di particolato e in generale agli effetti climalteranti), la Giunta dovrebbe attuare un “cambio di paradigma nel settore degli allevamenti intensivi”. Infine, si chiede come la Regione, “coordinandosi con le politiche del nuovo ministero della Transizione ecologica, intenda superare definitivamente il modello degli allevamenti intensivi che caratterizza il settore agroindustriale del nostro territorio regionale”.
Sono le richieste contenute in un’interrogazione della consigliera Giulia Gibertoni (Gruppo misto).
Dopo aver ricordato le funzioni di sviluppo sostenibile attribuite al nuovo Ministero, aver citato le leggi regionali per la riduzione dell’inquinamento e il Patto per il lavoro e il clima, la consigliera fotografa la situazione: “Sul territorio della Regione Emilia-Romagna sono presenti oltre 320 installazioni in cui si svolgono attività di allevamento intensivo autorizzate con AIA e, citando solo le specie principali, sono allevati (dati del 2018) circa 570mila capi di bovini, oltre un milione di suini, 75mila capi di ovini e caprini, 27 milioni di capi avicoli (dato questo risalente al 2010), sempre nel 2018, il numero di aziende con allevamento di bovini era di circa 6.100, di circa 1.100 quello delle aziende di allevamento di suini, 640 quello delle aziende avicole (dati questi ultimi del 2013)”.
Uno studio (ottobre 2020), riferisce Giulia Gibertoni, dell’Università degli Studi della Tuscia, condotto insieme a Greenpeace Italia, mostra che nel nostro Paese “l’insieme di allevamenti intensivi e agricoltura sono ormai insostenibili, in quanto stanno consumando una volta e mezza le risorse naturali dei terreni agricoli italiani”. La consigliera, scrive poi che “più della metà dell’impronta ecologica del settore zootecnico dipende dalle regioni del Bacino Padano, Lombardia in testa, che contribuisce per oltre un quarto all’impatto nazionale e che sta divorando il 140% della biocapacità regionale, seguita da Veneto (64%), Piemonte (56%) ed Emilia-Romagna (44%)”.


