“Umanizzazione della pena”, “reti sociali e reinserimento”, “tutela del diritto alla salute in carcere”: sono queste i tre nuclei tematici su cui si articola la relazione sul sistema penitenziario emiliano-romagnolo che Elisabetta Gualmini, assessore alle Politiche di welfare, ha presentato questo pomeriggio alle commissioni Politiche per la salute e politiche sociali, presieduta da Paolo Zoffoli, e Parità e diritti delle persone, presieduta da Roberta Mori, riunite in seduta congiunta.
“Il numero dei detenuti negli ultimi cinque anni è assolutamente diminuito, permangono ancora dei picchi come Parma, Ravenna o Bologna dove alla fine dello scorso anno si ravvisavano ancora dei segni di sovraffollamento- commenta la vicepresidente della Giunta-, l’alzarsi della percentuale dei condannati definitivi è segno di un miglioramento dell’iter processuale”. Tra le criticità, segnala “non ci sfugge il problema, non approfondito in questa relazione tecnica, che riguarda l’organico della polizia penitenziaria, né quanto sia importante che le ore trascorse in regime celle aperte siano impiegate in attività, sono i numeri a dimostrare che con una rete di reinserimento cala il tasso di recidiva”.
Sia Maria Paola Schiaffelli, del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, che Paola Ziccone, dell’Istituto penale per minori di Bologna,hanno concentrato i loro interventi sulla necessità di potenziare le politiche per l’occupazione e la formazione.
La Garante regionale delle persone private della libertà personale, Desi Bruno, ha sottolineato come “l’aumento della percentuale di detenuti con condanna definitiva non sia dovuto al miglioramento del sistema della giustizia ma alla diminuzione delle misure cautelari, dovuta anche ai disservizi della magistratura di sorveglianza per colpa dei quali molti che potrebbero uscire non lo fanno”. La figura di garanzia dell’Assemblea legislativa ha poi ricordato che “la maggior parte dei detenuti stranieri non ha radicamento sul territorio, ipotizzare misure alternative per loro è difficile, in generale poi è difficile garantire una terapia trattamentale costante, il tempo fuori dalla cella è tempo vuoto, un maggior spazio non significa ancora una maggiore libertà acquisita”. A questo proposito, assicura la Garante, c’è molta attesa per il protocollo che permetterà di utilizzare i detenuti per la manutenzione ordinaria”. Il tutto senza però dimenticare, avverte, “che è ancora irrisolto il tema di Castelfranco, una casa lavoro senza lavoro”.
La presidente Mori in apertura di dibattito ha anticipato che “ci sarà particolare attenzione sul tema delle donne in carcere, la Garante sta svolgendo una ricerca che presenterà alla nostra commissione e in base alla quale valuteremo una successiva risoluzione”.
Gabriele Delmonte (Ln) ha chiesto chiarimenti “sull’attuazione dell’accordo tra Italia e Marocco del 2014 per far scontare ai detenuti del Paese africano, se concordi, la pena nel loro Stato” e “sull’aumento dei casi di autolesionismo e tentati suicidi: è dovuto anche al calo dei controlli dovuto al calo di organico della polizia penitenziaria?”.
Per Giuseppe Boschini (Pd) “è importante che la Garante abbia tenuto alta l’attenzione su Castelfranco, serve chiarezza sugli ‘ergastoli bianchi’: cosa possiamo e dobbiamo fare perchè cambino i rapporti con i servizi sociali del territorio in modo tale che si ricorra a queste misure solo quando realmente necessario?”.
Secondo Enrico Aimi (Fi) “siamo davanti alla fotografia di una situazione che desta allarme, e sicuramente il dato del 46,7% di detenuti stranieri fa riflettere”. Come consiglieri, propone, “se riuscissimo a incidere in parte sulle norme per l’occupazione potremmo realizzare ciò che i detenuti si aspettano per primi, cioè lavorare anche a titolo gratuito pur di non passare il tempo a oziare”.
In conclusione, il presidente Zoffoli ha rimarcato come “di lavoro ne è stato fatto molto e la situazione penitenziaria è sicuramente molto migliorata, è chiaro però che ci sono ancora ulteriori margini miglioramento e come commissione diamo la nostra massima disponibilità”.
I numeri del sistema penitenziario emiliano-romagnolo (al 31/12/2014)
Sono 2.884 i detenuti presenti negli 11 istituti penitenziari dell’Emilia-Romagna, a fronte di una capienza regolamentare di 2.795 posti: 1.776 risultano con almeno una condanna definitiva (61,58%)e poco meno del 44% presenta una pena residua sotto i 5 anni. I reati più frequenti sono quelli contro il patrimonio (1.652, di cui 600 commessi da stranieri), contro la persona (1.371, di cui 569 stranieri) e quelli in violazione della legge sulla droga (951, di cui 525 stranieri). I detenuti in carcere per associazione di stampo mafioso sono 264.
Il 46,7% della popolazione carceraria è straniera, ben al di sopra della media nazionale (32%), ma comunque in calo: si passa dal 51,2% del 2012 al 46,7% del 2014; il 4% sono donne. La popolazione straniera detenuta si concentra per oltre il 40% nella fascia di età sotto i 40 anni. La maggior parte dei detenuti ha un titolo di studio che non va oltre la licenza media: 31 hanno una laurea, 160 un diploma di scuola superiore, 27 un titolo di istituto professionale e gli analfabeti sono 27. I detenuti in regione sono per il 41% celibi/nubili, per il 26% coniugati, per l’8,4% divorziati/separati e per l’8% conviventi. Le donne ristrette sono 117, ovvero il 4% del totale.
Sono 716 i detenuti che, nel 2014, hanno lavorato nelle carceri della regione alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria, pari a circa il 25% del totale (in Italia sono poco meno del 23% del totale).
L’indice di sovraffollamento a fine 2014 in Emilia-Romagna è pari a 103 detenuti ogni 100 posti (a livello nazionale è 108). Gli istituti con i tassi più elevati sono Parma (122), Ravenna e Bologna (137). Nel 2014 è stata disposta una misura di espiazione della pena alternativa alla detenzione in 1.685 casi: l’affidamento in prova al servizio sociale è stato concesso a 617 persone, della detenzione domiciliare usufruiscono invece 450, 324 dei lavori di pubblica utilità. Il detenuto a cui viene concessa una misura alternativa al carcere ha una recidività minore rispetto a chi sconta la propria pena all’interno di una cella (19% in caso di pena alternativa), mentre raggiunge il 68,4% quando la stessa viene eseguita in carcere.
Nel 2014 un detenuto si è tolto la vita in Emilia-Romagna, nel carcere di Parma. I tentativi di suicidio sono stati 117, gli atti di autolesionismo 865.
Nell’anno 2014 all’interno delle politiche regionali in ambito sociale le risorse messe a disposizione per l’area penale sono state pari a oltre 1,6 milioni di euro. Dal 2010 al 2013 le risorse regionali e comunali hanno subito una graduale diminuzione, compensate tuttavia dalle risorse provenienti dal Fondo sociale europeo. ll 2014 per i fondi europei è stato invece un anno di transizione, perchè la programmazione copriva il settennio 2007-2013, ma al fine di dare attuazione al “Protocollo d’intesa tra il ministero della Giustizia e la Regione Emilia-Romagna per l’attuazione di misure volte all’umanizzazione della pena e al reinserimento sociale delle persone detenute” è stato incrementato lo stanziamento a favore dei comuni sedi di carcere per i progetti promossi all’interno di Programmi attuativi annuali di Piani di zona distrettuali.
Salute in carcere – i numeri (al 31/12/2014)
Per quanto riguarda gli interventi in ambito sanitario, si segnala l’intenzione di sviluppare interventi assistenziali pluridisciplinari con caratteristiche simili a quelle disponibili sul territorio per i cittadini liberi, quali le Case della salute, che saranno presidio delle Ausl all’interno di carceri.
Nel 2014 sono state aperte 9.255 cartelle cliniche, e in una distribuzione per classi di età risulta prevalente quella tra 25 e 44 anni. Particolare attenzione è riservata alle patologie croniche con peso assistenziale maggiore e nel confronto fra le dosi di farmaci assunte in carcere rispetto al territorio è netta la differenza che riguarda i farmaci che agiscono sul sistema nervoso a causa della prevalenza di patologie psichiatriche (19% del totale). Mediamente in Emilia-Romagna l’8,8% dei detenuti presenti al 31 dicembre 2014 ha presentato almeno una diagnosi psichiatrica nell’anno.
L’anno scorso è stato sviluppato il progetto “Promotori di salute in carcere”, finanziato dal ministero della Salute, che ha promosso la figura del promotore al fine di ridurre la disuguaglianza nell’accesso ai servizi sanitari.
La Regione Emilia-Romagna ha destinato per l’anno 2014 alla Sanità penitenziaria l’importo complessivo di 17 milioni di euro, provvedendo ad integrare il finanziamento del Fondo sanitario nazionale vincolato alla sanità penitenziaria, pari a 10 milioni di euro, con altri 5.959.996 di euro.
Per il superamento degli Ospedali psichiatrici giudiziari, la Regione Emilia-Romagna ha predisposto l’apertura di due “Residenze con percorsi dedicati”, una presso l’Ausl di Parma con 10 posti e una presso l’Ausl di Bologna, con 14 posti, in attesa della costruzione a Reggio Emilia della Rems definitiva.
(jf)


