Maggiori investimenti sulle progettualità rivolte alle donne in carcere: le opportunità di formazione e lavoro sono spesso inferiori rispetto alla controparte maschile, rendendo conseguentemente più complesso il reinserimento sociale della detenuta.
L’appello è emerso nel corso di “Donne invisibili”, incontro in occasione della giornata dell’8 marzo e che si è tenuto nei locali della biblioteca dell’Assemblea legislativa regionale per riflettere sulla detenzione femminile in Emilia-Romagna. Quella delle donne detenute è una realtà numericamente minoritaria (circa il 4,4% della popolazione detenuta totale, sono 174 le donne recluse in regione al 28 febbraio 2026) e spesso dimenticata. In regione sono cinque gli istituti penitenziari con sezioni femminili: Bologna (83 detenute), Forlì (25), Modena (34), Piacenza (15), Reggio Emilia (17). Con “Donne invisibili” l’Assemblea legislativa ha voluto dedicare spazio anche a chi sta affrontando un periodo di detenzione, per rimarcare il ruolo centrale del volontariato, in larga parte femminile, nel percorso di recupero delle detenute carcerarie.
“Per la giornata internazionale della donna – rimarca Maurizio Fabbri, presidente dell’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna – abbiamo voluto affrontare il tema della detenzione carceraria, un tema spesso trascurato, ricollegandoci anche alla questione dei diritti della donna in Italia. Si può dire che i penitenziari sono la cartina di tornasole di come funziona la democrazia”. E conclude: “Questo incontro vuole essere anche il modo di ricercare soluzioni da mettere in campo per contrastare le criticità in carcere. Le istituzioni penitenziarie sono prevalentemente strutturate sulle esigenze maschili e il volontariato, che rappresenta un ponte tra il dentro e il fuori, ha un ruolo centrale nel percorso riabilitativo delle detenute”.
“Parliamo di una minoranza del carcere, il titolo dell’incontro racconta di donne invisibili che spesso faticano ad accedere ai percorsi trattamentali, attività che normalmente si rivolgono soprattutto agli uomini”, sottolinea Elena Carletti, presidente della commissione Parità e cultura. Che sul tema dell’istruzione aggiunge: “Per le detenute è oggettivamente complesso garantire percorsi adeguati di scolarizzazione. Servono interventi concreti”. Conclude, poi, sul tema della maternità in carcere: “Questo è un altro problema da affrontare, perché il carcere ovviamente non è luogo idoneo per il percorso di crescita del bambino. Per queste mamme servono facilitazioni sull’accesso ai percorsi alternativi alla detenzione penitenziaria”.
“Non serve parlare in termini di detenzione tout court, bisogna fare delle distinzioni. Il carcere è un microcosmo che rispecchia la società esterna: per ogni 100 detenuti ci sono 4 donne e servono percorsi specifici per questa minoranza”, rimarca il garante Roberto Cavalieri: “Sulle oltre 170 donne presenti nelle carceri della regione solo in 13 hanno accesso ad attività lavorative all’esterno, una percentuale decisamente più bassa rispetto agli uomini”. Conclude sui problemi del carcere, che sono anche la causa delle poche opportunità rivolte alle donne: “I numeri ci dicono che nelle carceri della regione, rispetto ai posti regolamentari, ci sono 750 persone in più (sono oltre 4.000 i detenuti totali presenti). Il sovraffollamento rappresenta un problema non trascurabile. Va poi detto che il numero di detenuti stranieri ha superato quello degli italiani, con tutti i problemi che ne conseguono (lingua, religione ecc.)”.
A confermare l’importanza dell’impegno del mondo dell’associazionismo che opera in carcere sono state le testimonianza di Giulia Fabini, presidente di Antigone Emilia-Romagna, associazione che monitora periodicamente le condizioni dei detenuti, e Alba Piolanti dell’Unione donne in Italia a Bologna.
Per Fabini “essere minoranza in carcere vuole dire essere ai margini, perché per le donne è più complesso vedere garantiti i propri diritti, dall’istruzione alla salute. Le strutture non sono pensate per loro, gli spazi femminili spesso sono ristretti, i servizi (come, ad esempio, la biblioteca e la palestra) sono limitati”. Prosegue sulla situazione della donna in carcere: “La donna vive un doppio stigma in carcere: viene giudicata come donna che ha violato le regole ma anche, conseguentemente, come cattiva donna e cattiva madre, situazione che inevitabilmente genera una sofferenza nella detenuta”. Conclude sulle attività trattamentali: “Serve investire di più sui percorsi carcerari per le donne. Si può anche pensare a progetti da portare avanti assieme ai detenuti uomini”. Piolanti, invece, ricorda come “in carcere abbiamo scoperto donne piene di vita. Servono percorsi personalizzati adeguati alle esigenze femminili, partendo dal tema del benessere emotivo. Per questo diventa centrale anche il ruolo dell’associazionismo, in quanto tra volontari e detenute si sviluppa un rapporto che rappresenta una sorta di finestra verso l’esterno, un aspetto che nel percorso riabilitativo non può essere trascurato”.
Durante l’incontro è stata trasmesso uno stralcio del docufilm “Detenute fuori dall’ombra”, lavoro in collaborazione con l’Udi sulla condizione femminile in carcere, della regista Licia Ugo.
(Cristian Casali)


