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Elezioni ed elettori: tra “grande recessione” e Coronavirus

Convegno sull’analisi del voto riguardo all’ultimo blocco di consultazioni regionali: i “grandi cambiamenti” frutto della crisi di fine anni 2000. La Presidente Petitti: la sinistra rifletta sull’incapacità di rappresentare quella larga fetta di popolo a cui un tempo parlava

Come è cambiata l’Italia elettorale? Chi ha davvero vinto e chi ha perso negli ultimi turni elettorali amministrativi? Quanto e come conta la comunicazione nella creazione di una leadership? Quanto ha pesato la “grande recessione” di fine anni 2000 nella crisi della sinistra in Umbria e Marche?

Una prima risposta a cambiamenti elettorali radicali frutto anche della crisi da Coronavirus che ha cambiato il modo di votare (e forse anche di vivere e pensare) degli italiani è venuta dalla giornata di studi “Votare nel 2020: dall’Emilia-Romagna alle altre regioni. Capire il voto in tempi fragili“, tenutasi oggi in Assemblea legislativa regionale.

Moderato da Mauro Sarti, Direttore dell’Ufficio e informazione e comunicazione dell’Assemblea, il convegno è stato introdotto dal Direttore Generale dell’Assemblea legislativa Leonardo Draghetti, che ha ringraziato tutti coloro che hanno permesso la realizzazione di questa importante giornata di studio, alla quale il Parlamento regionale, attraverso il lavoro del Servizio legislativo, ha contribuito con un importante pubblicazione contenente un quadro sinottico delle leggi elettorali delle varie Regione italiane..

Tutto incentrato sul binomio “leadership e comunicazione”, l’intervento della politologa e docente dell’Università di Bologna Donatella Campus, che ha analizzato il fattore della leadership e della comunicazione nelle recenti elezioni regionali. Per la professoressa, in Emilia-Romagna il fattore personale è stato determinante, “le caratteristiche del leader hanno fatto la differenza”. Campus ha spiegato che con l’indebolimento in regione del partito dominante, che tradizionalmente veicolava i voti dei cittadini, ha assunto particolare rilievo la figura del leader (che prima era invece in secondo piano), “il partito non è più il costruttore del consenso, questo ruolo ora spetta al candidato (anche attraverso una comunicazione personalizzata)”. La docente ha quindi comparato le regionali del 2014 a quelle più recenti del gennaio 2020, rilevando differenze marcate, “è evidente oggi rispetto al passato l’importanza del candidato (che sostituisce il partito), nonostante la presenza in entrambe le tornate dello stesso Stefano Bonaccini alla guida del centrosinistra”. Alle ultime elezioni, ha poi sottolineato l’esperta, “Bonaccini ha improntato la campagna sulla dimensione locale, puntando sulla valorizzazione del suo operato (al contrario di Borgonzoni che ha invece puntato sulla dimensione nazionale, con il sostegno in campagna del leader nazionale del suo partito)”. Linea, quella di Bonaccini, ha evidenziato Campus, “che ha pagato”. Per la docente è quindi importante capire “se questa popolarità e questo consenso siano sfruttabili come accesso a leadership nazionali”. Ha concluso rilevando che “negli Stati Uniti esistono già molti esempi di governatori diventati presidenti, fenomeno meno marcato in Italia”.

Il politologo Ilvo Diamanti, dell’Università di Urbino, ha analizzato le elezioni in Emilia-Romagna e Toscana. Il professore, in particolare, si è chiesto “che cosa resta della ‘zona rossa’”. Per il docente sono infatti andati persi alcuni riferimenti del passato: “L’elettorato è spaesato, perde la sua geografia e quindi i suoi riferimenti, è cambiato il rapporto tra politica e territorio”. In Emilia-Romagna e Toscana, ha infatti rilevato il politologo, “il partito di massa era determinante, particolarmente radicato sul territorio e nella società”. Diamanti ha poi analizzato le elezioni regionali nelle due regioni: “In Emilia-Romagna le rilevazioni di dicembre, a un mese dalle elezioni, erano corrispondenti ai risultati che poi sono effettivamente emersi con il voto, mentre in Toscana a pochi giorni dalle consultazioni la partita era ancora aperta, non era quindi prevedibile una vittoria larga di uno dei due candidati”. Per Diamanti la crisi dei partiti tradizionali nelle regioni rosse si è manifestata, in particolare, “attraverso il non voto, l’astensione”. “Una forma di disaffezione – ha aggiunto – che si è comunque tradotta in una conferma, in quanto si è diffuso nell’elettorato il timore di interrompere una tradizione (la storia politica di una territorio), sentimento che ha prevalso nel voto last minute (con una mobilitazione più marcata dei cittadini solo in concomitanza del voto)”. Il politologo ha concluso il suo intervento riflettendo sull’importanza che ha acquisito il fattore dell’incertezza in politica: “Ogni elezione diventa un fatto nuovo, una nuova storia tutta da scrivere”.

Sulla stessa linea di Ilvo Diamanti, Luciano Fasano, docente di Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano, che ha acceso i riflettori sulle sconfitte del Pd e del centrosinistra alle elezioni regionali in Umbria e nelle Marche.

“Il calo elettorale del centrosinistra e del centrodestra inizia a partire dal 2008, coincidendo con la “grande recessione” frutto della crisi dei debiti sovrani, ma mentre negli ultimi anni, grazie alla ripresa della sua ala più radicale, il centrodestra ha avuto una ripresa, la galassia di centrosinistra è entrata in una crisi strutturale che riguarda la sua componente maggiore (il Pd) e, in maniera maggiore, le altre forze tradizionali di centrosinistra”, è il cuore del ragionamento di Fasano che avverte: “Quanto avvenuto in Umbria e Marche potrebbe essere l’avvisaglia di quanto avverrà nelle altre Regioni rosse come Emilia-Romagna e Marche”. Numeri alla mano, Fasano fa risalire il collasso elettorale del Pd e dei propri alleati in Umbria e Marche alla crisi economica di fine anni 2000: crisi del “bianco” (tessile e calzaturiero) nelle Marche e dell’acciaio di Stato in Umbria.

“A pagare elettoralmente la “grande recessione” sono stati i partiti che governavano quelle realtà, ovvero il Pd e i suoi alleati, i cui elettori prima hanno votato il Movimento 5 Stelle e poi scelto l’astensione o la destra”, riassume il docente, che cita a conferma della sua tesi un’accurata analisi dei flussi elettorali di Perugia in pochi anni passati da salda città “rossa” a Comune con un sindaco di centrodestra, con in mezzo appuntamenti elettorali in cui gli ormai ex elettori Pci-Ds-Pd avevano votato per i seguaci di Beppe Grillo: “Il voto ai 5 Stelle -spiega- è stato un momento di emancipazione degli elettori post comunisti: un momento di transizione prima di un voto al tandem sovranista Lega-Fdi o un rifugio nell’astensione: gli elettori di centrosinistra cominciano a prendere in considerazioni opzioni di voto al di fuori delle loro tradizionali culture politiche anche perché quelle tradizioni culturali politiche non ci sono più”.

Lo scioglimento dei due storici bacini elettorali è al centro anche dell’analisi di Paolo Natale, anche lui docente di Scienze politiche all’Università degli Studi di Milano, che, partendo da analoghe ricerche di inizio anni ’80, sottolinea come la crisi della rappresentanza politica sia dovuta al disfacimento delle tradizionali subculture (democristiana e socialcomunista) che ha portato alla fine del voto di appartenenza a destra, ma soprattutto a sinistra dove il mutamento è stato talmente radicale da poter dire che “l’elettorato comunista degli anni ’80 fatto soprattutto da giovani, persone bassamente scolarizzate e operai, non ha nulla a che vedere con quello del Pd attuale votato da laureati, pensionati, dirigenti e impiegati: la sinistra oggi non è più dove una volta la si andava a cercare, nelle periferie e nelle fasce meno abbienti della popolazione”.

E proprio nella crisi del legame storico della sinistra (soprattutto comunista) con le parti più fragili della popolazione, affondano le radici i successi dei cosiddetti “partiti populisti” e “anti casta”: “in tutta Europa la sinistra è in crisi perché non riesce a parlare ai ceti più fragili, ma solo ai più interessati alla politica come dirigenti, professionisti, insegnanti e pensionati”, spiega Natale.

Abbiamo assistito, dunque, a un “grande cambio” che ha ribaltato anche i paradigmi territoriali per cui tutti coloro che vivono fuori dai centri storici urbani (benestanti) si uniscono contro quella che viene vista come l’elités dominante. Si può spiegare così la vera “sorpresa” del referendum sul taglio dei parlamentari del 20-21 settembre scorso: la forte concentrazione dei No nei centri storici dei grandi centri urbani.

A tirare le fila della giornata è stata Emma Petitti, Presidente dell’Assemblea legislativa regionale, che, nel ringraziare i docenti intervenuti, ha sottolineato come “il senso di comunità e il lavoro collettivo sono un tratto distintivo dell’Emilia-Romagna e il centrosinistra, dimostrando capacità di buona amministrazione, è riuscito a rivitalizzare il consenso degli elettori e confermarsi al governo della Regione”.

Emma Petitti ha sottolineato: “Ogni elezione è una storia a sé, un fatto nuovo, anche se l’analisi che evidenzia un cambiamento radicale della composizione della base elettorale dei vari partiti, anzitutto quelli di centrosinistra, impone un’attenta riflessione. Prima di tutto credo che occorra uscire dalla logica dei personalismi, antitetici alla leadership, perché inficiano la costruzione del consenso. E sicuramente bisogna prendere atto che le radici della disaffezione dalla politica affondano in buona parte nella crisi economica e sociale iniziata nel 2008. In quel contesto, difficile su scala internazionale, i partiti di governo sono stati ritenuti incapaci di trovare soluzioni. E quindi mi riallaccio al punto di partenza. La politica oggi deve essere in grado di dare delle risposte. Ascoltare i problemi e mettere in atto azioni concrete per risolverli. Solo questo può tradursi in consenso e ripresa di consapevolezza che esprimere il proprio voto può fare la differenza”.

La presidente Petitti ha concluso con un invito: “auspico che il percorso avviato con questo convegno possa servire come guida per il lavoro su cui saremo impegnati, anche come Assemblea, nei prossimi mesi: la futura stagione di riforme che tutti auspichiamo”.

(Luca Molinari e Cristian Casali)

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