La Regione Emilia-Romagna è pronta a cambiare la propria legge sulla montagna per affrontare gli effetti delle nuove norme nazionali sulla classificazione dei comuni montani. Un provvedimento che viale Aldo Moro giudica sbagliato, tanto da essere pronto ad aumentare le risorse regionali per i comuni che rimarranno esclusi dai fondi nazionali.
Al via in Assemblea legislativa il dibattito sulle nuove norme per la classificazione dei Comuni montani (legge 131/2025) proposta dal ministro Calderoli.
È l’assessore alla Montagna e alle aree interne, Davide Baruffi, a riferire in Aula sull’impatto che la legge nazionale 131/2025 sulla montagna ha avuto sul territorio dell’Emilia-Romagna. “Su questa legge c’erano molte aspettative, perché andava a innovare un impianto fermo da oltre 70 anni raccogliendo sollecitazioni arrivate da un ampio dibattito – spiega Baruffi -. Tuttavia, dopo una discussione divisiva, che ha impegnato per mesi la Conferenza delle Regioni, non si è arrivati a un’intesa. Si è prodotto uno strappo per l’insufficienza dei criteri fissati, circoscritti all’altimetria e alla pendenza e fissando nella drastica riduzione dei comuni montani il prerequisito per la buona applicazione della legge”.
Nello specifico in Emilia-Romagna i comuni montani erano 99, numero che si conferma con alcune variazioni in ingresso e in uscita: restano esclusi i comuni di Varano De’ Melegari a Parma, Monte San Pietro, Sasso Marconi, Marzabotto, Borgo Tossignano, Casalfiumanese e Fontanelice a Bologna; Mercato Saraceno e Sogliano al Rubicone a Forlì-Cesena, mentre acquisiscono lo status di comune montano Alta Val Tidone, Piozzano, Travo, Gropparello, Lugagnano Val d’Arda e Vernasca a Piacenza; Langhirano a Parma; Modigliana e Civitella di Romagna a Forlì-Cesena.
Nel suo intervento Baruffi sottolinea come, nonostante la mancata intesa, è stato comunque raggiunto un accordo in Conferenza unificata “per salvare il salvabile”. “A dimostrazione che non intendiamo sottrarci alla leale collaborazione istituzionale ma provare insieme a risolvere i problemi – ribadisce l’assessore -. L’accordo prevede, tra l’altro, che in sede di ripartizione delle risorse del fondo per la montagna, per l’anno 2025, le Regioni potranno tenere conto delle esigenze dei comuni compresi nell’elenco storico e che non rientrano nei nuovi criteri di classificazione fino all’aggiornamento della normativa regionale in materia, mantenendo ferme le misure agevolate. Un accordo necessario, visto che dal livello nazionale non si è provveduto a una valutazione di impatto rispetto a tutte le leggi di settore che utilizzano il criterio della montanità”. Baruffi, nel ricordare l’impegno della Regione di aver aumentato del 60% le risorse regionali del Fondo per la Montagna, rimarca la volontà di procedere a un riordino della legge regionale, per contrastare gli effetti del nuovo impianto normativo e per garantire che la perimetrazione dei comuni montani resti inclusiva. “Lo faremo perseguendo un obiettivo di sviluppo per tutto l’Appennino – conclude -. Il ministro ha annunciato iniziative specifiche per chi candiderà nuove aree nella strategia nazionale per le aree interne: un elemento non risarcitorio, ma certamente utile per colmare le contraddizioni di questa norma. Sono certo che quest’Aula possa essere unita nell’impegno a focalizzare una quantità di risorse adeguate per la nostra montagna”.
Nel corso del dibattito seguito alle parole di Baruffi, Pd, Avs, Civici e M5s bocciano le scelte del governo in materia di riclassificazione dei comuni montani parlando di “inutile derby tra Appennini e Alpi” e plaudono alla scelta della Regione di intervenire a difesa delle aree più fragili. Diametralmente opposta la posizione di FdI, FI, Rete civica e Lega che ricordano come Regioni e centrosinistra vogliano solo criticare il governo Meloni, con l’esecutivo nazionale, al contrario, fortemente impegnato a tutela della montagna.
In Assemblea legislativa sono state presentate due diverse risoluzioni. La prima, a firma Pd, Avs, Civici e M5s, per sostenere l’azione della Regione “nell’arginare gli impatti delle scelte del governo” e valutare un aumento delle risorse per i comuni montani dell’Emilia-Romagna. La seconda, a firma FdI, invita la Regione a prendere posizione pubblica a favore del disegno di legge nazionale del governo, a collaborare con l’esecutivo sul tema e a presentare entro 90 giorni un piano straordinario regionale per il rilancio dell’Appennino emiliano-romagnolo, con obiettivi misurabili di recupero demografico e sviluppo economico.
Il dibattito
Per Ludovico Albasi (FdI) “non si capisce perché il governo abbia deciso di aprire questo dibattito: Calderoli ha effettuato un confronto con le Regioni per arrivare a una soluzione ancora più pasticciata di quanto era stato proposto all’inizio. Non serve un derby ‘Appennino-Alpi’, ma un impegno per dare risposte ai bisogni della montagna, come sta facendo la Regione Emilia-Romagna che ha aumentato il fondo regionale per la montagna del 60%”.
Tommaso Fiazza (Lega) ricorda come “il centrosinistra critica le scelte del governo, ma non dice tutto quello che queste novità comportano. Voglio fare qualche esempio: sostegno a medici e docenti che vanno a vivere in montagna per lavorarci, credito di imposta per le aree montane, punteggi aggiuntivi per gli insegnanti che lavorano in scuole di montagna, fondi straordinari per la montagna”.
Matteo Daffadà (Pd): “La Regione e il presidente de Pascale hanno detto chiaramente che nessun comune sarà lasciato indietro, indipendentemente dal colore politico della sua amministrazione. Il governo ha fatto scelte sbagliate, serve un cambio di marcia perché, come hanno detto anche soggetti tecnici, i criteri scelti non fanno il bene della montagna”.
Per Priamo Bocchi (FdI) “in Assemblea legislativa il centrosinistra fa in continuazione il controcanto al governo Meloni, bisognerebbe invece prendere atto di una legge statale. Sono semplicemente stati aggiornati criteri ormai superati. A parole siete i primi difensori della montagna ma nelle realtà aumentate le tasse anche ai montanari e non fate nulla di concreto per evitare lo spopolamento dei territori montani. Servono interventi seri, quindi aspettiamo la Regione Emilia-Romagna al varco”.
Fabrizio Castellari (Pd) ricorda come “non sono stati ridefiniti dei criteri e ci troviamo invece di fronte a un testo disconnesso dalla realtà, un provvedimento totalmente indifendibile, un pasticcio senza precedenti. Anche nei comuni a guida centrodestra non c’è tutta questa soddisfazione. La Regione Emilia-Romagna da sempre sostiene le aree più fragili, tanto che negli ultimi anni il fondo della montagna è stato potenziato”.
Vincenzo Paldino (Civici): “Più di 300 comuni saranno penalizzati e in ballo c’è la vita dei nostri centri montani che già sono in sofferenza. Con questo provvedimento si genera confusione amministrativa, serve invece sostenere queste realtà. La Regione Emilia-Romagna saprà sostituirsi a Roma, continuando a sostenere i comuni che hanno subito i tagli. In questa legislatura l’attenzione verso la montagna è massima”.
Valentina Castaldini (FI) si dice “stupita dalla descrizione apocalittica resa dalla maggioranza”. “La verità però va raccontata tutta – afferma -. La legge non veniva toccata dal 1952 ed è evidente che mettere mano a una norma dopo così tanto tempo generi, per fortuna, qualche discussione. A favore della norma si sono espressi ANCI e UPI e tutte le Regioni, tranne Emilia-Romagna e Toscana. Il punto è capire, da oggi, come la Regione Emilia-Romagna si muoverà per cogliere le possibilità della norma, per esempio per dare la possibilità ai docenti di essere presenti su questi territori, per offrire servizi adeguati”.
Secondo Paolo Burani (Avs) la norma è stata varata “senza un vero accordo con le Regioni”. “Non si può pensare di tagliare a Roma, scaricando i costi sulle Regioni – prosegue -. Questa legge taglia fuori interi pezzi del nostro Appennino e dovrebbe dirci la destra dove trovare nuove risorse. Questa riforma finge di non vedere i veri temi della montagna. Si tratta di una legge che non interviene sulle concentrazioni fondiarie, non mette mano agli oligopoli, non valorizza e non rafforza chi tiene vive le comunità, vale a dire gli agricoltori che garantiscono il presidio del territorio. È lo stesso identico gioco: non si aumentano le risorse, si riducono gli aventi diritto, non si rafforza la montagna e si restringe il perimetro, per poi dire che sono stati stanziati più soldi”.
Gian Carlo Muzzarelli (Pd) è critico. “Questa legge rompe gli equilibri, rompe una storia che risale al 1952 – spiega -. Il governo nazionale vuole strappare, vuole ridiscutere chi può e chi non può difendere la propria storia, scaricando i problemi sugli enti locali. Siamo di fronte a una legge che toglie voce a chi ha diritto di mantenere la propria identità e che oggi si trova fuori dalla storia che aveva orgogliosamente portato avanti; una storia che parla di appartenenza alla montanità e alla vita di intere comunità”.
Alessandro Aragona (FdI): “Il centrosinistra deve smettere di fare terrorismo psicologico: si aspettava una riforma su questo tema e siamo di fronte a un governo che ha deciso. Capisco che questo faccia paura a una Regione che non sa decidere su nulla, visto che siamo insediati da un anno ma abbiamo approvato solo le leggi di Bilancio indispensabili. In questi anni il governo Meloni ha fatto molto per la montagna, sono previsti investimenti. Oggi siamo di fronte a una riforma che ha l’ambizione di essere una riforma organica”.
Anna Fornili (Pd) ricorda come “per il Partito democratico è molto chiaro cosa significhi sostenere la montagna. Dire che le proposte del governo sono sbagliate non è fare terrorismo, è dire la verità. Vogliamo capire cosa succederà agli agricoltori e ai cittadini, cosa succederà alle scuole di montagna”.
Per Barbara Lori (Pd) “le proposte di Calderoli sono sbagliate e confuse. Le nostre critiche non sono strumentali, ma frutto delle scelte del governo. I cittadini e le imprese non sanno cosa succederà con la nuova classificazione. Quella del governo è una scelta sciagurata, inutile e dannosa. Il ministro Calderoli ha fatto scelte guidato da logiche divisive. Le politiche del governo sulle risorse ai comuni montane che nasceranno da questa riclassificazione rischiano di fare un disastro”.
Per Marco Mastacchi (Rete civica) “con questo provvedimento dall’elenco dei comuni montani escono 9 comuni ed entrano 9 comuni, con la nuova classificazione il numero dei 99 comuni resta invariato, è sbagliato fare una classificazione per comuni, va fatta, invece, una valutazione sui singoli territori. Serve uscire da quest’Assemblea con una proposta condivisa, prima di tutto bisogna riconoscere il valore strategico della montagna, partendo dalla salvaguardia dei servizi per contrastare lo spopolamento”.
Interviene Giancarlo Tagliaferri (FdI): “Serve riportare tutto alla realtà, in montagna mancano i servizi, le famiglie non sanno se restare o andarsene, le imprese resistono. La legge nazionale prova a mettere odine su un impianto vecchio, le risorse devono andare alla montagna vera e non essere disperse, non è tutto perfetto né tutto sbagliato, la Regione Emilia-Romagna deve muoversi in questa fase di transizione per difendere i territori, serve trasparenza e chiarezza sugli effetti che porteranno questi nuovi criteri, bisogna restare ai tavoli decisionali, dobbiamo scongiurare una guerra tra comuni”.
Per Luca Pestelli (FdI) “parliamo di persone, di tradizioni, di pensieri e di scelte di vita, dobbiamo tutelare il nostro Appennino, da Roma c’è un cambio di passo oggettivo sul tema montagna, le risorse devono andare dove c’è più bisogno. La Regione Emilia-Romagna sta portando avanti una polemica politica, dobbiamo invece pensare ai territori, tutelare le aree più fragili, lavorare per conservare i servizi, la montagna produce valore per tutti, la Regione Emilia-Romagna avrà autonomia su una parte consistente di questi fondi, serve fare investimenti coraggiosi, serve uno sviluppo strutturale del territorio”.
Nicola Marcello (FdI) evidenzia l’impegno del governo nazionale sui temi della montagna e non solo in riferimento alla specifica norma. “Per contro, l’Emilia-Romagna non prevede nessun incentivo per i medici di medicina generale che aprono in montagna o per le farmacie che fanno lo stesso – prosegue -. Questa Regione non ha più rifinanziato il modello delle ‘case a un euro’ per ripopolare la montagna. Il governo nazionale, grazie all’iniziativa del ministro delle Infrastrutture, ha sollecitato Anas a proseguire nella progettazione della statale 258 Marecchiese, un’opera essenziale. Il centrosinistra continua a parlare di pasticcio, ma non ha mai messo mano alla legge del 1952 quando era al governo”.
Fausto Gianella (FdI) sottolinea la coerenza dell’impianto normativo. “Non c’è niente di strano se i comuni montani vengono definiti per altimetria e pendenza – spiega -. E soprattutto, questa legge va ad affrontare il tema dello spopolamento, introducendo fiscalità di vantaggio, rafforzamento dei servizi sanitari e scolastici. Una norma che va a sopprimere la legge del 1952, che era anacronistica e non più in grado di sopportare il peso del cambiamento”.
Alberto Ferrero (FdI) ribadisce come la riclassificazione fosse necessaria “visto che nella legge del 1952, tra i parametri rientravano anche i bombardamenti subiti durante la Seconda guerra mondiale”. “E va ribadito che le politiche per la montagna restano di competenza regionale – prosegue -. Questa è una legge meritoria, che certo può essere perfettibile, ma per la prima volta pone l’accento, in modo organico, sui temi della montagna. Ora la Regione deve fare la sua parte sulle infrastrutture, altrimenti le belle parole resteranno lettera morta”.
Per Ferdinando Pulitanò (FdI) “il governo ha fatto scelte che valorizzano la montagna per creare le migliori condizioni di permanenza delle persone in montagna. Si interviene in modo strutturale contro lo spopolamento e a sostegno delle attività produttive in modo da risolvere i problemi che rendono difficile vivere in montagna. In questi anni la Regione sulla montagna ha fatto molti errori anche nell’uso delle risorse”.
Daniele Valbonesi (Pd) ribadisce come “l’ordine del giorno del centrosinistra è a tutela della montagna, visto che le proposte del governo sono confuse e sbagliate. Il governo dice sempre che si sono risorse per la montagna, peccato che siano sempre la stessa cifra. Siamo impegnati nel contrasto alle diseguaglianze tra montagna e resto della Regione”.
Alice Parma (Pd) “siamo orgogliosi di quello che la Regione ha fatto e fa sulla montagna. È giusto che la Regione si faccia carico di chi resta escluso dalla legge nazionale, ma non è normale che ciò debba avvenire. Ci dobbiamo fare carico della sanità e dei servizi in montagna, delle imprese e delle infrastrutture in montagna. La destra cade in contraddizione: da un lato ci dicono che abbiamo speso male le risorse per gli impianti sciistici, dall’altro che è da troppi anni che non ci mettiamo risorse”.
(Brigida Miranda, Cristian Casali e Luca Molinari)


