La priorità per la transizione ecologica sia data agli impianti fotovoltaici nella aree dismesse, mentre si tutelino i crinali dell’Appennino da impianti eolici poco efficienti e che impattano sul paesaggio.
Per parti sociali, enti locali e comitati di cittadini, la necessità di ricorrere alle energie rinnovabili per raggiungere gli obiettivi della decarbonizzazione si deve conciliare con un maggior coordinamento tra norma nazionale e regionale. Bocciati, da diversi portatori di interesse, gli impianti eolici sui crinali appenninici, ritenuti poco produttivi e ad eccessivo impatto ambientale. Posizioni a fronte delle quali l’assessora alla Pianificazione territoriale Irene Priolo ha precisato che si sta provando a raggiungere un compromesso attraverso il confronto.
Queste, in sintesi, le posizioni emerse sulla proposta di legge della giunta sulle aree idonee emersa durante un’udienza conoscitiva ampiamente partecipata, con oltre 40 portatori di interesse che hanno messo in luce opportunità e criticità della nuova norma regionale in materia di installazione di impianti rinnovabili. Prosegue, nella seduta congiunta delle Commissioni Territorio e Ambiente (presieduta da Paolo Burani) e Politiche economiche (presieduta da Luca Quintavalla), l’iter di approvazione del progetto di legge volto a individuare le aree idonee per l’installazione di impianti da fonti rinnovabili.
A presentare il progetto di legge sono stati il relatore di maggioranza Luca Sabattini (Pd) e quello di minoranza Alessandro Aragona (FdI).
Sabattini ha sottolineato: “La transizione energetica è un tema centrale e diventa un elemento strategico anche per la nostra Regione. L’evoluzione normativa su questi temi, in particolare la questione ‘aree idonee’, non ha seguito un iter lineare: con questa norma, l’obiettivo è cercare un elemento di equilibrio all’interno della cornice normativa. L’intervento è finalizzato a dare respiro alle piccole e medie imprese penalizzate dal caro energia. È un lavoro che vogliamo fare in maniera trasversale da un punto di vista politico, cercando di salvare una pianificazione per mantenere la competitività della nostra regione e definendo un impianto normativo che escluda contenziosi”.
Aragona, nel richiamare gli obiettivi europei ha evidenziato come il tema dell’installazione di tali impianti abbia creato, in passato, qualche criticità nelle comunità locali, ponendo un tema di conservazione del paesaggio. “Il processo di transizione – spiega – quando arriva sui territori è metabolizzato diversamente. E questa udienza conoscitiva molto partecipata testimonia quanto il tema sia sentito. Oggi serve una norma chiara, che eviti contenziosi e che metta in pace la relazione tra economia, politica e comunità locali”. “Abbiamo il perimetro della legge nazionale – va avanti Aragona – nel quale muoverci, per tenere insieme esigenze diverse. In questa legge dobbiamo decidere cosa metterci: nella norma ci sono articoli che demandano, a provvedimenti successivi, diversi adempimenti tecnici e operativi. Entro 90 giorni bisognerà definire criteri di compensazione e sistemi di monitoraggio e mappatura: è necessario che il compromesso sia al rialzo e non al ribasso. Meglio un dibattito ampio prima, per consegnare una legge che possa fungere anche da modello per gli altri”.
L’udienza conoscitiva
Paolo Ferrarini, presidente del Comitato Aria nuova a Gualtieri (Reggio Emilia) ha espresso preoccupazione per le lacune del nuovo progetto di legge rispetto a quello del 2025. “Nella proposta dello scorso anno – ha spiegato – c’era un principio per noi condivisibile: la possibilità di installare impianti di produzione di biometano nelle aziende agricole puntando sul principio della circolarità. Ora, invece, il pdl prevede la possibilità di installare gli impianti in un raggio di 30 chilometri aprendo di fatto la possibilità a presentare progetti da parte di aziende non agricole. Questo dimostra un indirizzo politico preciso e quindi vorremmo rimanesse la proposta del 2025 perché il biometano deve essere funzionale all’attività agricola e non industriale. Manca, inoltre, una valutazione del rischio idraulico: il biometano ha un forte impatto biologico in caso di allagamento e questo tema va inserito con un’apposita mappatura”.
Alessandro Rossi, responsabile Anci ambiente Emilia-Romagna ha sottolineato “la necessità di dotarsi di strumenti di co-pianificazione perché stiamo perdendo di vista la possibilità di innovazione energetica con l’autoconsumo. Bisogna fare in modo che gli impianti rinnovabili siano costruiti fino a 10 chilometri di distanza per diminuire le bollette delle imprese. Fondamentale investire in innovazione energetica”.
Gianluca Borghi, assessore alla mobilità del Comune di Parma ha evidenziato come la consapevolezza su questi temi sia ormai condivisa e diffusa “ben oltre i pregiudizi ideologici che non hanno più ragione di esistere”, sottolineando la necessità di promuovere investimenti che siano frutto di politiche condivise. “Accogliamo favorevolmente la scelta di dare priorità all’utilizzo di superfici già edificate e al rafforzamento del legame tra energie rinnovabili e sistema produttivo locale, per favorire l’autoconsumo. Riteniamo che serva ulteriore chiarezza sull’applicazione delle misure compensative”.
Paolo Giovarruscio, funzionario Confindustria Emilia-Romagna ha sottolineato: “Valutiamo positivamente l’obiettivo di dare massima diffusione alle fonti energetiche rinnovabili, tutelando il tessuto produttivo locale”. Tra le criticità segnalate, vi è quella legata al fatto che la legge regionale restringa troppo la nozione di impianti industriali e stabilimenti, con il rischio di configurare una preclusione generalizzata, tagliando fuori impianti che invece rientrano nel perimetro della normativa nazionale.
Per Pietro Torretta di Italia Solare Ets “sembra che l’Emilia-Romagna stia rinunciando a un intervento per ridurre i costi energetici per famiglie e imprese. Questo è un problema più che un’opportunità. Siamo a favore di una legge che definisca equilibri ma coinvolgendo gli enti locali, per cui l’auspicio è un percorso che possa mettere tutti d’accordo”.
Secondo Davide Ferraresi presidente di Legambiente Emilia-Romagna “la legge deve muoversi nel rispetto delle aree idonee e verificarne la compatibilità con l’agrivoltaico. La preoccupazione è che ci siano troppo vincoli di cui tenere conto in contesti dove gli impianti vanno inseriti in maniera adeguata”.
Francesco Cavanna, consigliere comunale del Comune di Bardi, ha messo in evidenza la grande preoccupazione per la proliferazione di impianti eolici industriali sui crinali “con pale che superano oggi i 200 metri di altezza e a ridosso di centri abitati”. “Si tratta di impianti discutibili anche sotto il profilo dell’efficienza energetica – va avanti – e spesso i progetti si basano su sovrastime e su principi di remuneratività forzata. Impianti che sorgono anche in aree a rischio idrogeologico e in zone a oltre 1000 metri di altezza e ad alto pregio. I Comuni sono i primi custodi del territorio e da questi progetti vengono esclusi senza essere coinvolti”.
Anche Emanuele Mazzadi, dell’Associazione centro studi Valle del Ceno avverte: “Questa norma si rifletterà sul nostro futuro. Non bisogna farsi fregare dall’urgenza. Abbiamo messo in piedi molti progetti di valorizzazione dell’Appennino e non possiamo permettere che intere valli siano spazzate via, circondate da pale eoliche”.
Daniele Ecotti educatore ambientale e presidente dell’associazione Non ho paura del lupo ha espresso contrarietà alla trasformazione della montagna e dei crinali: “Non si possono sacrificare aree all’eolico sui crinali. Non siamo contrari alla transizione ecologica ma non può essere usata per colpire i territori più fragili perché le alternative esistono. Le montagne si stanno svuotando e alcune aree di pregio naturalistico devono essere escluse da impianti: non tutto che viene chiamato rinnovabile è automaticamente sostenibile”.
Per Filippo Reggianini coordinatore Policy energia di Hera “il tema delle aree idonee è rilevante per gli operatori che devono effettuare investimenti e dobbiamo creare le condizioni per l’installazione dei nuovi fotovoltaici. Riteniamo opportuno evitare diciture come ‘autoconsumo’ per un unico soggetto industriale. Un’area idonea deve essere funzionale a un consumo collettivo”.
Leonardo Setti, presidente dell’Associazione Centro per le comunità solari ha messo in luce il cambiamento del quadro normativo relativo al mercato dell’elettrico. “Questa legge deve tenere in considerazione tali mutamenti – spiega -. I dati ci dicono che le cabine secondarie, quelle a bassa tensione, che in Italia sono circa 450mila, sono un bene di comunità e quell’energia è di fatto condivisa tra i soggetti al di sotto di quella cabina. In Italia, tuttavia, ciò che viene prodotto anche in queste cabine entra nel mercato all’ingrosso ed è per questo che non riusciamo ad abbassare le bollette. La Regione non può cambiare la norma nazionale, ma può fare in modo di favorire gli impianti sotto i 200 kilowatt, quando questi andranno a configurarsi come bene di comunità”.
Vittorio Marletto dell’Associazione Energia per l’Italia ha spiegato: “Siamo in una situazione di conclamata crisi climatica e uscire dal fossile oggi è un’urgenza. Probabilmente ci ritroveremo con una situazione peggiore di quella che abbiamo già visto e la colpa è del cambiamento climatico non certo delle pale eoliche. L’eolico è essenziale per compensare le carenze del fotovoltaico che di notte e d’inverno non produce”.
Per Nicola Gherardi presidente di Confagricoltura Emilia-Romagna “non c’è antitesi tra rinnovabili e mondo agricolo, ci può essere sinergia. Ci sono già esempi dove l’attività agricola convive con l’agrifotovoltaico avanzato. Se non raggiungiamo gli obiettivi sul cambiamento climatico si rischiano sanzioni”.
Alberto Bergianti presidente dell’ordine dei Dottori agronomi e forestali dell’Emilia-Romagna ha commentato: “L’incipit della norma ha una visione pragmatica ma la conciliazione tra tante sensibilità necessita di conoscenze tecniche. Le perizie devono essere asseverate da soggetti professionali”.
Eugenia Fazio dell’ufficio legislativo Coldiretti Emilia-Romagna ha evidenziato come la legge regionale introduca “visioni chiare ed efficienti”. “Una norma che detta principi generali e definisce una cornice importante per tutti i settori coinvolti – spiega -. La priorità per l’installazione degli impianti, teniamo a ribadirlo, deve seguire il criterio del non consumo di suolo, preferendo pertanto aree già impermeabilizzate”.
Carlo Valgimigli dell’associazione Atto Primo-Amici della Terra è critico sull’installazione degli impianti eolici sui crinali. “Abbiamo effettuato studi sulla produttività delle pale eoliche e i dati sono chiari – dice -. I rendimenti vanno dal 14% al 18%: questi impianti funzionano per poche settimane l’anno e per lo più sono fermi o in manutenzione. Pale che stanno devastando i crinali della nostra Regione”.
Luisella Matricardi delegata Lega abolizione caccia di Bologna ha spiegato: “Non siamo contrari alle rinnovabili ma non devono essere speculative ai danni di habitat ed ecosistemi. Bisogna installare impianti in spazi già urbanizzati, in particolare il fotovoltaico che sottrae terreno alla fauna selvatica e chiude corridoi ecologici. Devono essere escluse dalle aree idonee quelle rinaturalizzate, i parchi nazionali e le zone umide”.
Per Barbara Zanetti responsabile Area ambiente di Confcooperative Emilia-Romagna “la norma su dove fare questi impianti è troppo restrittiva. I prodotti agricoli servono per far funzionare tutto il comparto agroalimentare e l’equilibrio tra autonomia energetica ed autonomia alimentare va preservato”.
Ambrogio Papa, delegato di Assofotovoltaica, ha ricordato quanto sia rilevante il peso del fotovoltaico per la riduzione delle bollette, richiamando nel contempo al rispetto pieno della normativa nazionale. “La norma nazionale stabilisce il raggiungimento di determinati obiettivi e non è consentito alle Regioni andare in riduzione rispetto alle aree idonee o frapporre ostacoli che la legge nazionale non prevede – afferma -. Spiace constatare come questo progetto di legge sembri andare in direzione contraria: anziché individuare ulteriori aree idonee, mira a restringerne il campo di applicazione o condizionarle con vistosi aggravamenti procedimentali”.
Cosetta Viganò di Elettricità futura ha evidenziato la necessità di un “miglior coordinamento tra la norma nazionale e quella regionale”. “Introdurre condizioni aggiuntive rispetto a quelle previste dal legislatore nazionale determinerebbe una restrizione importante delle aree idonee”, afferma, sollecitando la Regione ad apportare correttivi.
Andrea Carlini consigliere delegato di Italia Nostra, sezione Valmarecchia (Rimini), ha ricordato che sul territorio dell’Alta Valmarecchia insistono 8 progetti con 60 pale eoliche alte 200 metri: “Non vogliamo pale eoliche sugli Appennini perché comportano l’abbattimento di ettari di boschi. Quando ci sono aziende con poco capitale sociale e fanno progetti per milioni di euro che devastano il territorio non è transizione energetica. La posizione è condivisa da Michele Vignodelli, vicepresidente del Wwf Bologna: “L’eolico in Appennino non è una soluzione. L’Emilia-Romagna è ultima in Italia per superfici protette nella rete Italia 2000. Non esistono sull’Appennino aree idonee all’eolico industriale. Meglio puntare su fotovoltaico su superfici impermeabilizzate o sull’eolico in mare”.
Roberto Belletti, responsabile politiche energetiche CNA Emilia-Romagna ha sottolineato come le rinnovabili siano importanti per le piccole e medie imprese artigiane “che sopportano un costo dell’energia che continua ad aumentare”. “C’è grande attenzione su questo progetto di legge, soprattutto in relazione agli aspetti dell’autoconsumo e delle comunità energetiche”, afferma Belletti, annunciando una serie di osservazioni e proposte, soprattutto in materia di semplificazione. In particolare, Belletti propone l’istituzione di un tavolo tecnico permanente di supporto, per garantire omogeneità delle procedure autorizzative, l’adozione di una modulistica standard e la previsione di un percorso autorizzativo prioritario per le superfici già edificate.
Igino Zanichelli sindaco del Comune di Sissa Trecasali ha chiesto garanzie a tutela delle eccellenze come il parmigiano reggiano e il culatello di Zibello, ribadendo che “non devono essere sottratte altre superfici a queste produzioni”. Anche sul tema degli impianti a biometano Zanichelli è critico, proponendo che le materie per il loro approvvigionamento provengano da un raggio massimo di 10 chilometri e per l’80% dallo stesso comune nel quale l’impianto è insediato.
Orietta Fabbri, guida ambientale ed escursionistica del Comitato Gioconda Valmarecchia ha evidenziato “la necessità di definire i quantitativi di aree idonee e quanta energia riuscirebbero a produrre per evitare di consumare ulteriore superficie agricola. C’è un grosso rischio di corsa all’oro e speculazione per aggiudicarsi le superfici messe a disposizione”.
Per Corrado Oddi socio dell’associazione faRECAmbiamento “l’impianto della legge nazionale è insufficiente per arrivare alla transizione ecologica in tempi ragionevoli. Bisogna costruire un altro modello nella logica di pianificazione partecipata. Questo vale anche per la nostra Regione”.
Manuel Quattrini vicedirettore CIA Emilia-Romagna ha parlato di opportunità ma anche di sfida che attende il territorio sul fronte della transizione energetica, ribadendo che gli impianti devono favorire l’autosussistenza energetica delle imprese e rappresentare eventualmente anche un’integrazione al reddito. “Tra i principi da ribadire ve ne è uno che può sembrare semplicistico ma non lo è – afferma -. E cioè ‘prima i tetti’, vale a dire dare priorità a superfici già edificate, parcheggi e aree marginali compromesse”.
Marco Mazzi dell’Associazione nazionale energia del vento (ANEV) ha ribadito come le valutazioni sugli impianti eolici siano rigorose e solide, tenendo in considerazione gli impatti ambientali e paesaggistici. “L’impianto della legge sembra introdurre divieti generalizzati ed appare severo per la realizzazione di nuovi impianti eolici, presentando una forte discriminazione verso questa tecnologia”.
Sandra Travagli dell’Associazione Il Melograno, operante nel ferrarese, ha sottolineato: “È importantissimo che la legge regionale ricomprenda, in modo chiaro e preciso, i principi partecipativi della cittadinanza che deve poter manifestare le problematiche connesse alla convivenza con questi impianti. Assistiamo spesso a un vuoto di relazioni con le istituzioni e sarebbe necessario garantire ai cittadini informazioni trasparenti, la possibilità di seguire iter autorizzativi e di partecipare effettivamente al monitoraggio delle varie situazioni”.
Riconoscendo le contrapposizioni forti sollevate da questa legge, emerse nel corso del dibattito, l’assessora alla Pianificazione territoriale Irene Priolo ha precisato che si sta provando a raggiungere un compromesso attraverso il confronto. “Dobbiamo costruire delle regole in una cornice nazionale che non ci permette di fare ciò che era previsto un anno fa, per arrivare agli obiettivi fissati per la transizione ecologica ed energetica”, ha concluso.
(Brigida Miranda e Lucia Paci)


