Potenziare la sperimentazione dei dispositivi di protezione personale, quali bodycam e smartwatch, per il personale sanitario e sociosanitario, in particolare nelle aree a maggior rischio di aggressioni come i Pronto soccorso, i reparti psichiatrici e le postazioni isolate. È l’impegno chiesto in una risoluzione di Tommaso Fiazza (Lega) respinta dall’Assemblea legislativa.
Infatti, per i consiglieri di maggioranza, pur riconoscendo la necessità di risolvere il problema della sicurezza per gli operatori sanitari, le bodycam non sono lo strumento più indicato per prevenire il fenomeno. Per i consiglieri di minoranza, invece, rappresenterebbero un deterrente e sarebbe quanto meno opportuno avviare una fase di sperimentazione per valutarne l’efficacia.
“Medici, infermieri e operatori socio-sanitari (Oss) sempre più spesso lavorano in un clima di tensione, paura e ostilità – ha evidenziato Fiazza -. Il fenomeno è in crescita anche nella nostra regione: le aggressioni a danno di sanitari nel periodo 2023-2024 sono aumentate dell’11,7% rispetto al biennio precedente per un totale di oltre 2mila casi. Gli episodi più frequenti sono riferiti ad aggressioni verbali, seguite da quelle fisiche e poi quelle contro la proprietà. I più colpiti sono infermieri seguiti da medici e Oss. Le donne, con il 70,3% di aggressioni subite, sono le più colpite. Chi lavora nella sanità non si sente protetto. Il governo ha adottato una disciplina più rigida contro chi compie atti di violenza contro gli operatori sanitari con la possibilità anche di arresto in flagranza differita. La Regione deve fare la propria parte”.
“Diverse regioni italiane – ha proseguito Fiazza – stanno sperimentando con risultati incoraggianti l’utilizzo di bodycam per il personale sanitario, con l’obiettivo di prevenire e gestire le aggressioni. In Emilia-Romagna nonostante l’introduzione della piattaforma SegnalER per la segnalazione degli episodi di violenza il fenomeno continua a crescere, rendendo necessario un rafforzamento delle misure di prevenzione, anche attraverso l’adozione di dispositivi di sicurezza individuali”.
Il dibattito
Maria Laura Arduini (Pd) ha commentato: “Investire in prevenzione significa proteggere lavoratori e lavoratrici. Siamo consapevoli che c’è ancora molta strada da fare per difendere la sicurezza degli operatori sanitari. Ma non possiamo rispondere a un problema così complesso con dispositivi agli operatori trasformandoli in soggetti da equipaggiare anziché da difendere. Uno strumento tecnologico non diminuisce lo stress e non migliora le relazioni con l’utenza, anzi, sembra dire che la violenza è inevitabile”.
Nicola Marcello (FdI) ritiene che “a fronte di un problema così delicato esistono strumenti efficaci che molte regioni stanno già introducendo. Serve un approccio integrato a partire dal rafforzamento degli organici, introduzione di campagne di sensibilizzazioni dei cittadini e supporto delle vittime di aggressioni, una ferita dell’intero sistema pubblico. La risposta non può essere repressiva ma preventiva e questi strumenti possono dare una risposta alla prevenzione”.
Per Lorenzo Casadei (M5s) “il problema sicurezza nelle strutture pubbliche esiste e rimane il tema di come lo vogliamo affrontare. Bodycam o smartwatch non sono un deterrente. Nelle aggressioni avvenute, chi ha aggredito è stato fermato e sanzionato. Si tratta di una proposta che aiuta a individuare l’aggressore ma non cambia il problema. Spostare la responsabilità al singolo lavoratore non è una soluzione efficace”.
Per Francesco Sassone (FdI) “gli strumenti proposti nella risoluzione, in un sistema integrato, possono contribuire a ridurre il rischio per gli operatori. Uno strumento che non permette di farla franca può essere un deterrente. La maggioranza di questa Regione deve spiegare perché a livello nazionale vuole le bodycam per le forze dell’ordine ma non per gli operatori sanitari, tirando in ballo la privacy. La prevenzione non può essere equiparata all’intervento postumo”.
Andrea Costa (Pd) ritiene “sia necessaria una riflessione se in ogni ambito di lavoro ci sono telecamere che ci sorvegliano. Va avviato un confronto con sindacati e operatori per definire azioni per migliorare la sicurezza nei presidi sanitari. Serve prima di tutto un rinnovato investimento in quest’ambito per rendere maggiormente attrattive le professioni sanitarie a partire da trattamento economico e diritti di lavoro. La soluzione non sono le bodycam”.
Per Giovanni Gordini (Civici con de Pascale) “serve aiutare gli operatori non mettendoli in un ulteriore percorso di criticità. Sull’uso delle bodycam, un conto sono le forze dell’ordine, che hanno una formazione specifica per la sicurezza, un conto sono gli operatori sanitari. Proviamo a rimanere su strumenti come la formazione e la preparazione, anche relazionale, in un contesto sempre più critico che ci pone sempre più il tema di sicurezza nell’ambiente di lavoro”.
Ferdinando Pulitanò (FdI) ha evidenziato che “occorre ridurre i rischi per tutti gli operatori pubblici e fra questi ci sono gli operatori sanitari. Le aggressioni sono in generale intollerabili e inaccettabili verso chi lavora per tutelare la salute. Anche i sindacati chiedono i mezzi indicati nella risoluzione. Sono presidi fra l’altro introdotti anche in regioni governate dal centro-sinistra. Le bodycam sono strumenti di deterrenza per chi tutti i giorni sta a contatto con il pubblico”.
Per Marta Evangelisti (FdI) “fino a quando non verrà risolto il problema delle aggressioni occorre trovare soluzioni temporanee o sperimentali. I casi sono sempre più frequenti e legati anche a situazioni di disagio e fragilità che affliggono sempre più spesso la società civile. Il personale sanitario ha necessità di essere tutelato e tutti noi che operiamo nelle istituzioni dobbiamo provare a intervenire. Si può organizzare un tavolo di consultazione con chi l’uso delle bodycam l’ha già posto in essere”.
Per Paolo Trande (Avs) “c’è un tema più generale di questi strumenti che non si sa se davvero possano fungere da deterrenti: in Italia ci sono almeno un milione di telecamere ma siamo qui a parlare sempre più spesso di sicurezza urbana. Al momento non esiste una sola evidenza che questi strumenti possano fare prevenzione. Sarebbe interessante i risultati ottenuti nelle regioni che stanno sperimentando le bodycam”.
(Lucia Paci)


